Quante volte ci capita di fare del nostro meglio per svolgere il nostro incarico o per condividere il Vangelo ma nessuno sembra ascoltarci? Non riusciamo a vedere alcun risultato e pensiamo che i nostri sforzi non servano a nulla.

Questo è quello che successe al profeta Abinadi, il quale morì testimoniando di Cristo, senza sapere che qualcuno gli aveva creduto.

La storia del profeta Abinadi

La storia del profeta Abinadi

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Nel capitolo 17 di Mosia, nel libro di Mormon, leggiamo il triste epilogo del ministero del profeta Abinadi per mano di re Noè:

E avvenne che il re fece sì che le sue guardie circondassero Abinadi e lo prendessero; ed esse lo legarono e lo gettarono in prigione.

E dopo tre giorni, essendosi consultato con i suoi sacerdoti, fece sì che egli fosse di nuovo portato davanti a lui.

E gli disse: Abinadi, abbiamo trovato un’accusa contro di te, e tu meriti la morte.

Poiché hai detto che Dio stesso dovrebbe scendere fra i figlioli degli uomini; ed ora per questa ragione sarai messo a morte, a meno che tu non ritratti tutte le parole che hai detto di male riguardo a me e al mio popolo.

Ora Abinadi gli disse: Io ti dico che non ritratterò le parole che ti ho detto riguardo a questo popolo, poiché sono vere; ed affinché tu possa sapere che sono sicure, mi sono lasciato cadere fra le vostre mani.

Sì, e soffrirò fino anche alla morte, e non ritratterò le mie parole, ed esse staranno come una testimonianza contro di voi. E se mi uccidete, verserete del sangue innocente; e questo pure starà come una testimonianza contro di voi all’ultimo giorno.

Ed ora re Noè era sul punto di liberarlo, poiché temeva la sua parola, poiché temeva che i giudizi di Dio sarebbero caduti su di lui.

Ma i sacerdoti alzarono la voce contro di lui e cominciarono ad accusarlo, dicendo: Ha oltraggiato il re. Perciò il re fu aizzato all’ira contro di lui e lo consegnò affinché potesse essere ucciso.

E avvenne che lo presero e lo legarono, e flagellarono la sua pelle con delle sferze, sì, fino alla morte. (Mosia 17:5-13)

Sono molti gli spunti di riflessione che potrebbero scaturire da questi pochi versetti: la grande fede e il coraggio di Abinadi, la malvagità di re Noè e i suoi sacerdoti, il motivo per cui Dio permise che Abinadi fosse ucciso, ma non ci concentreremo su questo.

Ci concentreremo su quello che avvenne dopo e su come, un epilogo che sembra avere sancito un fallimento (quello della predicazione di Abinadi) non sia per niente un epilogo ma l’inizio di una lunga serie di miracoli e vite cambiate se guardate all’interno del quadro generale.

Alma: “colui che credette”

Alma colui che credette

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Nello stesso capitolo, il libro di Mormon menziona che “ve ne era uno […] che gli credette” (Mosia 17:2)

Tra i malvagi sacerdoti di re Noè, c’era Alma che aveva creduto alle parole di avvertimento di Abinadi perché conosceva bene le iniquità del re e dei suoi sacerdoti:

Ma ve n’era uno fra essi il cui nome era Alma, ed era anche lui un discendente di Nefi. Ed era giovane, e credette alle parole che Abinadi aveva detto, poiché era a conoscenza dell’iniquità che Abinadi aveva attestato contro di loro; cominciò dunque a implorare il re affinché non fosse adirato contro Abinadi, ma gli permettesse di partire in pace.”

Ma il re si adirò maggiormente e fece sì che Alma fosse cacciato di fra loro, e mandò i suoi servi a inseguirlo perché potessero ucciderlo.

Ma egli fuggì davanti a loro e si nascose cosicché essi non lo trovarono. E rimanendo nascosto per molti giorni, egli scrisse tutte le parole che Abinadi aveva detto.

Conosciamo tutti molto bene l’influenza che ebbe Alma e quale grande profeta divenne.

Egli infatti non si limitò a trascrivere fedelmente tutti gli insegnamenti di Abinadi, ma cominciò ad insegnarli in segreto tra il popolo. A seguito della sua predicazione molti conobbero Cristo e si battezzarono.

Mosia 18 ci dice che coloro che si battezzarono in segreto “erano di numero circa quattrocentocinquanta anime” (Mosia 18:35). Per la predicazione di una sola persona!

Indirettamente, grazie al lavoro di Abinadi, più di quattrocento persone avevano conosciuto Cristo, che ancora doveva venire, e il suo Vangelo. Già questo sarebbe un fatto sorprendente di per sé, se non fosse che le persone che Alma convertì furono molte di più. 

Infatti, senza Abinadi, il Libro di Mormon probabilmente sarebbe stato completamente diverso. Egli influenzò molti altri profeti successivi: Alma il giovane, il figlio di Alma, divenne giudice supremo e sommo sacerdote.

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Suo figlio Helaman guidò i 2000 giovani valorosi. Helaman figlio di Helaman a sua volta divenne giudice supremo durante un periodo critico per il popolo Nefita.

Il figlio di quest’ultimo Helaman, Nefi, convertì migliaia di Lamaniti, e suo figlio, anche lui di nome Nefi, venne chiamato come profeta quando Gesù Cristo visitò il popolo Nefita nelle antiche americhe dopo la Sua resurrezione.

Vediamo quale grande differenza può fare una persona che difende la verità.

Il profeta Abinadi: Fare la differenza senza saperlo

Quando facciamo il bene abbiamo più influenza di quello che pensiamo e spesso potremmo non saperlo mai in questa vita. 

Il profeta abinadi 1

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Vedere il quadro generale dell’influenza che ebbe il profeta Abinadi ci ricorda che, anche se a volte i nostri sforzi possono sembrare infruttuosi, possiamo influenzare generazioni invisibili attraverso i nostri sforzi diligenti per condividere il Vangelo con gli altri.

Qualunque sia il nostro incarico, non dobbiamo smettere di fare il bene solo perché non vediamo dei risultati.

Una volta il presidente Gordon B. Hinckley raccontò la storia di un giovane missionario che pensava di avere svolto una missione fallimentare soltanto perché in due anni aveva battezzato un solo ragazzo. Egli raccontò:

«Non sapete mai quanto bene potete fare; non potete prevedere i risultati degli sforzi che fate. Anni fa il presidente Charles A. Callis, allora componente del Quorum dei Dodici, che in precedenza era stato presidente della Missione degli Stati del Sud per venticinque anni, mi raccontò questa storia.

Mi raccontò che c’era un missionario nel sud degli Stati Uniti, il quale andò alla sede della missione per essere rilasciato al termine della sua chiamata. Il suo presidente gli disse: ‹Hai svolto una bella missione?›

Egli rispose: ‹No›. ‹Perché?› ‹Ecco, il mio lavoro non ha prodotto nessun risultato. Ho sprecato il mio tempo e i soldi di mio padre. È stata una perdita di tempo›.

Fratello Callis gli chiese: ‹Non hai battezzato nessuno?› Il missionario rispose: ‹Nei due anni che ho passato qui ho battezzato soltanto una persona: un ragazzo di dodici anni, in un angolo del Tennessee›.

Quel missionario tornò a casa con l’impressione di aver fallito. Fratello Callis disse: ‹Decisi di fare qualche indagine sul ragazzo che era stato battezzato. Volevo sapere che cosa ne era stato…

Lo seguii nel corso degli anni. Diventò sovrintendente della Scuola Domenicale e infine presidente di ramo. Si sposò. Lasciò la piccola fattoria che coltivava a mezzadria, nella quale prima di lui erano vissuti i suoi genitori, acquistò un appezzamento di terreno in proprio e lo fece fruttare.

Diventò presidente di distretto. Vendette quell’appezzamento di terreno nel Tennessee e si trasferì nell’Idaho, acquistò una fattoria lungo il Fiume Snake e la fece prosperare.

I suoi figli crebbero. Andarono in missione. Tornarono a casa. Si sposarono ed ebbero dei figli, che a loro volta andarono in missione›.

Fratello Callis continuò: ‹Ho appena trascorso una settimana nell’Idaho alla ricerca di ogni componente di quella famiglia che sono riuscito a trovare e ho parlato con loro del lavoro missionario che hanno svolto.

Ho scoperto che, come risultato del battesimo di quel ragazzo in un angolo sperduto del Tennessee da parte di un missionario che pensava di aver fallito, più di 1.100 persone sono entrate a far parte della Chiesa›.

Miei cari fratelli e sorelle, non potete mai prevedere le conseguenze del vostro lavoro quando servite come missionari» (Teachings of Gordon B. Hinckley [1997], 360–361).

Spesso dimentichiamo che in tutto ciò che facciamo nella vigna del Signore, che sia condividere il Vangelo durante una missione a tempo pieno o servire in una chiamata domenicale, stiamo compiendo la Sua opera.

Alma battezza i credenti

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Non la nostra. Egli sarà sempre al nostro fianco, pronto ad aiutarci e sostenerci, anche quando sembra non esserci nessun risultato. 

Quando ero in missione, spesso leggevo le storie miracolose dei grandi missionari del Libro di Mormon, come Alma, Ammon, i figli di Mosia, e mi chiedevo perché non riuscissi anche io a toccare il cuore di tante persone.

Cosa mi mancava per ottenere quello stesso potere spirituale o raggiungere quel livello di fede?

Poi mi ricordavo di profeti come Abinadi, che non videro mai il frutto dei loro sforzi, e mi piaceva pensare che un giorno, forse dopo questa vita, anche io avrei finalmente visto quante persone avevo toccato con i miei umili sforzi. 

Molti dei frutti dei semi che piantiamo tramite il nostro lavoro probabilmente non li vedremo mai in questa vita. E va bene così. Tutto ciò che possiamo fare è servire e amare, e fare del nostro meglio per prenderci cura dei figli di Dio che Egli ci ha affidato. 

Anziano Larry Kacher ha insegnato:

“Abbiamo la responsabilità di accettare semplicemente che il Signore ci stia usando in questo modo per benedire i suoi figli.

E testimonio, fratelli e sorelle, che finché non dimentichiamo che è la Sua opera e non la nostra, finché ricordiamo che non è per la nostra gloria ma per la Sua, finché restiamo umili e contriti, Egli ci userà in modi che non vediamo.”

Possiamo fare la differenza anche quando non lo sappiamo. 

“Ma ve n’era uno che gli credette”: fare inconsapevolmente la differenza come il profeta Abinadi è stato scritto da Ginevra Palumbo.

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